La Fotografa Cechoviana

Per parlare di Jill Hartley bisogna fare una premessa ricorrendo nientemeno che a Shakespeare e a Cechov. Qui non viene messo assolutamente in discussione l'altissimo valore artistico dei due drammaturghi che ho coinvolto solo per motivi didattici: mi aiutano a evidenziare le differenze tra due categorie di fotografi: quelli più istrionici, che somigliano agli attori shakespeariani, che quando recitano si battono il petto , si strappano i capelli e piangono. E quelli che somigliano agli attori cechoviani, che non hanno bisogno di tutto quel chiasso per esprimere i propri sentimenti. A loro basta uno sguardo o un gesto appena percettibile. Sono quelli che sanno trasformare il silenzio delle pause nell'eloquenza di mille parole. Gli interpreti dei personaggi shakspeariani, eroi predestinati a morire per soddisfare l'itinerario tragico cui l'autore li ha condannati, recitano con la voce ridondante, impostata secondo gli schemi classici, e usano un fraseggio sempre forbito, aulico. E mentre recitano, ogni tanto si guardano allo specchio. Ci sono fotografi, come questi attori, che, pur rimanendo artisti di valore, per una sorta di deformazione professionale, quando fotografano lo fanno sempre per il trionfo della 'prima pagina', e non solo per vanità ma anche perché è quella che paga di più. Cosicché nelle loro foto vediamo sempre la sofferenza, il sangue, la disperazione. Sono questi i temi che portano fama e denaro. Immagini non esposte ma 'sovraesposte' per attirare l'attenzione. Essi, pur fotografando per se stessi lo fanno come se stessero lavorando su commissione. Forse il sapore del successo li spinge a questo errore, al piacere di mostrarsi. Cosicché le loro fotografie vengono sempre esibite con il compiacimento del primo della classe. Immagini forti, che ci stupiscono, ma che presto dimentichiamo perché sono nate in fretta, scivolando lungo il contorno esterno del soggetto, lasciando inesplorata tutta la ricchezza che l'uomo conserva dietro il suo sguardo.

Invece i fotografi che metto sotto l'ala protettrice di Cechov sono quelli che, come l'autore russo, non amano la prima pagina, fotografano più per se stessi che per gli altri e lo fanno in silenzio, senza clamore . Jill Hartley potrebbe essere considerata la fotografa cechoviana per eccellenza.

Ma adesso per chiarire meglio quali sono i punti in comune tra le opere della Hartley e quelle di Cechov devo ricorrere a quanto Stanislavkij scrisse studiando i testi teatrali dell'artista russo: "Le opere di Cechov non rivelano immediatamente tutta la loro importanza poetica. Leggendole, ti viene da dire: - Bene, ma. niente di speciale, niente di sbalorditivo. Tutto come deve essere. Noto. verosimile. non nuovo. Spesso il primo approccio con le sue opere è persino deludente. Sembra, a lettura finita, che non si possano raccontare. La trama, il soggetto?. Si possono esporre in due parole. (.) Ma strano: quanto più ti abbandoni alla memoria, tanto più ti vien voglia di pensare alla parte. (.) La leggi e la rileggi e dentro vi senti strati profondi."(*) Per commentare le opere di Jill Hartley si potrebbero usare le stesse parole.

Ma priamo a guardare una foto della Hartley. Proviamo a scoprire quello che in superficie non si vede:

palac kultury

Intanto non è il ritratto di un bambino che soffre, che ci chiede l'elemosina, né quello di un vecchio barbone, né quella di qualche povero soldato ucciso in guerra. Insomma, non è una foto che attira l'attenzione. Anzi è una foto che a prima vista non mostra niente. Non si capisce neanche cosa voglia dire.Ci sono delle persone prese di spalle..cos'altro? Ma poi, come per le opere di Cechov, la guardi, la riguardi e non puoi più togliertela dalla mente. Perché? Proviamo ad esaminarla con maggiore attenzione: è l'imbrunire, comincia a piovere. Qualcuno ha già aperto l'ombrello. La gente si affretta per le strade. Si avverte che il mondo è pieno di vita. In cielo fili neri sembrano indicare una nuova speranza. Nell'animo si crea un'attesa per qualcosa che accadrà, qualcosa di eccezionale che non si conosce ancora esattamente, ma che si aspetta da sempre.

Nella foto non si vedono i volti. Possiamo solo immaginarli. Comincia a fare buio. Non sappiamo dove vanno queste persone, né conosciamo la loro storia. La stessa foto è appena appena tremula. Tutta questa approssimazione, questa vaghezza, questo non conoscere, ci rimanda al mistero dell'Uomo. Al suo destino. E per Lui il nostro petto si riempie di una profonda pena.

Questa foto, per me, è un autentico capolavoro. Non so se il contatto con queste opere d'arte accresce la propria sensibilità. Di sicuro so che fa bene alla salute.

In fondo Jill Hartley tenta di realizzare un paradosso: fotografa cercando di negare, di nascondere; quando la fotografia è il contrario: mostrare, informare, comunicare. Questo suo rivelare celando, non è un indovinato uso della metafora, piuttosto fa parte della sua spontaneo modo di esprimersi de fronte al mistero dell'uomo.

Trovo assonante al credo poetico di Jill Hartley quello che Stanislavkij scrisse di Cechov: ".Tutti questi stati d'animo spesso non traducibili, allusioni, sentori e ombre di sentimenti, provengono dalla profondità della nostra anima; là vengono a contatto con le nostre grandi emozioni: i sentimenti religiosi, la coscienza sociale, l'elevato senso della verità e della giustizia, lo slancio indagatore della nostra ragione nei misteri dell'esistenza. E' un campo che sembra essere permeato di sostanze esplosive, e appena qualche impressione o ricordo, come una scintilla, tocca questa profondità, la nostra anima divampa e arde di sentimenti vividi." (*) Jill Hartley è una di quelle rare artiste capaci di produrre queste scintille. E ce le fornisce senza clamore , avvolte nel timido e ritroso pudore con cui sembra voler proteggere se stessa e la sua arte.

-Giovanni Bucci

P.S. " Je n'ai jamais poursuivi l'insolite, le jamais vu, l'extraordinaire, mais bien ce qu'il y a de plus typique dans notre existence quotidienne, dans quelque lieu que je me trouve...Quête sincère et passionnée des modestes beautés de la vie ordinaire ".

Willy Ronis

(*) Da 'LA MIA VITA NELL'ARTE' di Konstantin S. Stanislavskij - Ed. Einaudi